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Voci e persone

Kandinskij amava molto un proverbio, “Ieri ha fatto azzurro”, una frase di origine medievale. Allora, nei giorni di festa, gli artigiani potevano uscire dalle botteghe, ed era l’unico momento in cui potevano vedere il cielo. A rivelarlo a Galla, la protagonista di Oggi faccio azzurro di Daria Bignardi (Mondadori, 2020), è Gabriele Münter, compagna del pittore per molti, molti anni, prima che lui la lasciasse.

Anche Galla è appena stata lasciata dal compagno della sua vita, per questo ha iniziato a recarsi dalla dottoressa Anna Del Fante, perché a lei ormai azzurro non sembra mai, è sempre tutto grigio e la mente si perde in pensieri vorticosi:

Vengo da lei due volte alla settimana. Non le parlo dei pomeriggi passati a calcolare l’ora migliore per buttarmi dal balcone.
Preferirei farlo di notte, ma se non morissi e rimanessi agonizzante nel cortile? Abito al secondo piano, non al sesto. Forse di mattina è meglio.

C’è un’altra cosa, però, di cui Galla parla alla sua terapeuta: la Voce. Quella che è comparsa un giorno d’estate, dopo che il marito l’aveva abbandonata, mentre era in visita da sola alla casa di Kandinskij e Münter a Murnau. Gabriele inizia a parlarle, spesso in modo sarcastico e pungente, brutale a tratti, e da allora le storie delle loro due perdite si intrecciano. Ci vuole una voce dal passato perché Galla possa udire tutto ciò che non vuole sentire, né tantomeno ammettere.

La storia scorre veloce, fluttua sopra la vita della protagonista, mostrandocela ora in terapia, ora occupata come volontaria in carcere, dove fa parte di un coro, unica occupazione che al momento sembra in grado di sostenere. Ma Galla non è l’unico personaggio importante della vicenda. Intorno a lei ne ruotano altri due, Prima e Dopo. Sono quelle persone che probabilmente, in chiunque sia stato in terapia, suscitano almeno un po’ di curiosità. Quella che esce prima e quella che entra dopo. Individui appena incrociati nel corridoio, se capita, con cui si scambiano sguardi sfuggevoli ma di cui non si sa niente. Però è inevitabile chiederselo, immaginarsi una storia: perché sono lì? Cosa gli è successo? E Galla non fa differenza. Chi è quell’uomo che esce sempre prima di lei? Cosa nascondono gli occhi di quella ragazzina triste che aspetta di entrare dopo di lei?

Anche Prima e Dopo si fanno la stessa domanda quando incrociano Galla, a cui ognuno di loro ha mentalmente dato un soprannome diverso. Ed è così che attraverso il raccontare spavaldo di Prima e quello concitato e tipico dell’adolescenza di Dopo ci affaciamo alle loro vite, trovando le risposte che Galla ancora non ha. C’è una cosa che forse li accomuna tutti e tre, qualcosa che Galla nota osservando i carcerati durante le ore di volontariato:

In carcere è pieno di persone che non si amano. Forse è per quello che io ci sto bene.
Non lo so perché siamo fatti così e mi sono anche stancata di pensarci. Si vuol quasi più bene alle cicatrici, alle ombre, che non ai regali di natura per cui non si hanno meriti.

Ci vuole un grande sforzo per volersi bene, ma alla fine di queste pagine a tutti e tre sarà chiara una cosa: le persone ti distruggono ma allo stesso tempo ti aiutano a volerti bene, volendotene.
Il modo più bello per fare azzurro è insieme.

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