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Un’estate dolceamara

All’inizio dell’estate Charlie non si aspettava nessuna novità, e di certo non quello che poi sarebbe accaduto. Il protagonista di Un dolore così dolce, l’ultimo romanzo di David Nicholls (Neri Pozza, 2019), è un adolescente in procinto di bocciare gli esami finali, con i genitori separati sempre in guerra e una sorella che ormai si sta allontanando sempre di più. Sicuramente il fallimento dell’attività di famiglia non ha migliorato la situazione a casa, e Charlie è rimasto da solo a badare a un padre giovane che però non è più in grado di prendersi cura di se stesso. Nessuno ne parla chiaramente, ma Charlie lo vede che passa le giornate sul divano, che dorme di giorno e non di notte, che non cerca un nuovo lavoro. E soprattutto, che beve. Beve e non dovrebbe, perché Charlie ha trovato qualcosa, poco tempo prima, e lo sa che non dovrebbe.

La […] novità erano le boccette marroni comparse un giorno sul suo comodino […]. Uno più informato di me sarebbe stato felice di scoprire che aveva chiesto aiuto, che si faceva seguire da un medico. “Terapia” era una parola allarmante, come “bancarotta”, ma se non altro indicava un percorso, un rimedio, una possibile via d’uscita.

Ma nessuno mi aveva detto niente e, condizionato com’ero da film e serie televisive, mi pareva già di vedere mio padre che tirava indietro la testa e ingollava d’un fiato tutto il flacone. Quelle boccette esercitavano un’attrazione terribile su di me. Un giorno ero salito di nascosto in camera sua, avevo svitato il tappo e mi ero versato una pillola sul palmo, cercando… non so cosa, ma il fatto più grave erano le scritte sull’etichetta. Non superare la dose consigliata. Può causare sonnolenza. L’alcol aumenta gli effetti di questo medicinale. Era quasi come se avesse una pistola carica sul comodino.

E Charlie ha paura di quell’arma, di quelle pasticche mescolate con l’alcol. Ha paura di tornare a casa, un giorno, e trovare quel barattolo vuoto. Le sue uniche distrazioni sono un gruppetto di amici con cui ubriacarsi a sua volta, e il lavoro in nero alla pompa di benzina, qualche ora a settimana. Non c’è da stupirsi che Charlie non si aspettasse granché da quell’estate. Eppure, un giorno, disteso da solo in un prato in compagnia di un libro, incontra Fran Fisher. Fran è una creatura che gli appare semplicemente divina, esattamente come doveva apparire Giulietta a Romeo. Sì, perché è proprio per quello che Fran è lì: sta mettendo in scena, nella villa lì accanto, il famoso dramma di Shakespeare insieme alla Compagnia del Bardo. Charlie non avrebbe pensato mai e poi mai di recitare nel corso della sua vita, ma dato che quello sembra l’unico modo per rivedere Fran, e l’estate non pare offrirgli grandi alternative, cos’ha da perdere, alla fine? Nemmeno Fran d’estate deve passarsela troppo bene, se queste sono fra le prime parole che gli rivolge:

L’estate è una fregatura, c’è il sole e il cielo è azzurro e di colpo ti senti in dovere di andare in spiaggia o fare picnic sull’erba con i tuoi fantastici amici, mangiando fragole e ridendo follemente, come nella pubblicità. Ma per me non è mai così, ho sempre la sensazione di essere nel posto sbagliato, con le persone sbagliate, di perdere un’occasione.

Per questo l’estate è così triste, perché ti senti obbligato a essere felice. Personalmente, non vedo l’ora di rimettere la calzamaglia e accendere il riscaldamento. D’inverno almeno è normale sentirsi tristi, nessuno pretende che tu scorrazzi in un campo di girasoli. E va avanti così, anno dopo anno, le cose non sono mai come vorresti.

L’amore adolescenziale sa essere totalizzante, un’esperienza incredibilmente potente che travolge. Certo, finché dura. Poi resta il dolore, ma è un dolore così dolce che forse si rifarebbe tutto da capo.

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