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Crescere all’ombra del ginkgo

Ho finito di leggere Mai stati così felici di Claire Lombardo (Bompiani, 2020) da appena un paio di giorni e già sento la mancanza della famiglia Sorenson. Dopo quasi settecento pagine non poteva essere altrimenti: anche il lettore, in fondo, si sente un po’ parte di quel nucleo ingarbugliato eppure perfetto a modo suo.

Come osservatori curiosi, arriviamo nel bel mezzo della vita dei Sorenson nel 2016: David e Marilyn si godono ormai i frutti del loro duro lavoro di genitori, anche se l’espressione “godersela” forse non è esattamente la più appropriata. Le loro quattro figlie sono ormai grandi e indipendenti, eppure non si può dire che non diano da pensare. Wendy, la maggiore, è rimasta vedova troppo presto e non accenna a riprendersi da questa tragedia. Le sue uniche vie di fuga non sono certo le più raccomandabili: alcool e sesso selvaggio. Violet è serenamente sposata e ha due piccoli pargoli, per i quali ha deciso di lasciare l’agognatissima carriera di avvocato. Fare la mamma a tempo pieno è però più dura di quanto avrebbe immaginato, nonostante avesse avuto per anni sotto gli occhi l’esempio della propria madre. Lei, addirittura, aveva lasciato il college per dedicarsi alla famiglia: una scelta che alla Violet adolescente era sembrata incompresibile. Liza è ormai fidanzata da molti anni, ma il suo compagno, Ryan, soffre di una forte depressione, e non è facile per lei sentirsi continuamente sola, pur essendo in coppia. La scoperta di essere incinta sicuramente non le facilita le cose. E infine Grace, trasferitasi in un’altra città per frequentare l’università. O almeno è quello che tutti credono, ma le cose non stanno proprio così. La più piccola dei Sorenson, però, si vergogna troppo per ammetterlo, e così si asserraglia dietro un muro di bugie che rischia di caderle addosso un giorno dopo l’altro.
Le quattro figlie, ognuna con la propria personalissima vicenda, cercano di mantenersi a galla come meglio possono, e soprattutto si scontrano continuamente con il modello che hanno sempre avuto davanti, quello per cui non sembrano mai essere all’altezza: impossibile anche solo pensare di eguagliare il rapporto idilliaco che hanno costruito i loro genitori, loro così felici, che hanno cresciuto quattro figlie nella casa accanto agli alberi di ginkgo a cui sono tanto legati.
Ma come spesso accade, ciò che appare dall’esterno non è necessariamente quello che è avvertito all’interno. E se sicuramente ci sono stati momenti in cui Marilyn e David hanno pensato di non essere mai stati così felici, ce ne sono stati molti altri in cui tenere in piedi il loro legame è stato un duro sforzo. A forza di flash, a partire dal 1976, sbirciamo la loro storia per comprendere cosa è accaduto prima dell’arrivo di Wendy, e poi ancora, dopo, tutto quello che è successo quando le figlie erano ancora troppo piccole per comprendere. Vediamo cosa vuol dire essere genitori, e cosa vuol dire costruirsi la felicità giorno per giorno. Soprattutto comprendiamo quanto sia difficile entrare a fondo nella vita delle persone e restare loro accanto, come sia impossibile, per quanto ci si provi, riuscire a conoscerne ogni dettaglio. David se ne rende conto ben presto, e un poco alla volta vedremo tutti i personaggi arrivare alla stessa conclusione:

In quel momento capì quanto è stupido pensare di poter mai conoscere un’altra persona – di poterla conoscere davvero – e quanto era stupido credere di avere la minima idea di cosa si provasse a essere lei, giorno dopo giorno dopo giorno.

Le vite dei Sorenson sarebbero già state caotiche anche così, ma a rendere particolare quel momento in cui si affaccia il lettore è l’arrivo di un inaspettato membro della famiglia. Jonah, quindicenne dato in adozione da Violet quando lei era ancora molto giovane, fa il suo ingresso in famiglia e porta un incredibile scompiglio.

Genitori, figli, nipoti: tre generazioni che si intrecciano, un’unica grande famiglia. Per quanto a pezzi, rattoppata e sgualcita, il significato di “famiglia” resta pregnante: quel luogo in cui puoi sempre tornare, in cui sei veramente a casa, anche se spesso è un posto dove ci si ferisce a vicenda, consapevolmente o meno. Un luogo dove a volte i ruoli si invertono e bisogna trovare la forza di ristabilirli:

È una sensazione strana, quando si è bambini, essere responsabili della felicità dei genitori. […] Non sei tu la causa, ma è come se avessi l’obbligo di garantirla. Solo da poco mi sono resa davvero conto che non è normale.

I Sorenson, con le loro diverse storie di vita, ci mostrano la molteplicità delle strade che possiamo trovarci a percorrere, volontariamente oppure no. Quanto ogni percorso che ci troviamo a intraprendere sia frutto di qualcosa che è avvenuto prima, qualcosa che può avere radici anche molto lontane. Quanto la famiglia ci plasmi, ci protegga e ci lasci segni profondi.

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