libri

Mai più solo

Alla gente non interessa come nascono gli incendi.

Mentre leggo questa frase, proprio all’inizio del libro, penso che allora sto sfogliando proprio le pagine giuste, perché a me, invece, interessa eccome. Ed è proprio di questo che parla il libro di Michele Arena, Come nascono gli incendi (Mondadori, 2020): non dell’incendio in sé, non solo, almeno, ma dell’origine di quella prima scintilla, del perché da una piccola fiammella può nascere un rogo, com’è possibile che nessuno se ne accorga e vada a dare una mano, quando si è ancora in tempo.

Questa è una storia dolorosa, molto più di quanto mi sarei aspettata, nonostante di libri dolorosi ne legga parecchi. Ma è una storia che merita assolutamente di essere letta perché racconta dei margini. I nostri sguardi molto spesso sono rivolti al centro, alle cose che luccicano di più e destano più interesse, e purtroppo ci dimentichiamo di cosa, e soprattutto di chi, abita i bordi . Emarginato: è proprio questo che significa, fuori dai margini. E mi chiedo, ancora una volta, questi confini chi li stabilisce, chi contribuisce a crearli e mantenerli, se gli altri o noi stessi o, più probabilmente, entrambi, e cosa voglia dire essere fuori dai margini, quanto sia difficile e quanto ci si senta soli.

I ragazzi di questa storia ce lo raccontano, ognuno con parole proprie. È così che facciamo la conoscenza di tre amici adolescenti: c’è Rachele, che si divide tra due identità, quella di ragazza musulmana con il velo e quella della tipica giovane occidentale, che è costretta a convivere con il disturbo mentale del padre e che riversa tutte le emozioni che non sa dire nei suoi disegni grigi; c’è Ismail, anche lui musulmano, proveniente da una famiglia assai numerosa dove non è facile essere accolti e capiti, e allora l’affetto va ricercato altrove; e poi, naturalmente, c’è il protagonista principale. Di lui non sappiamo il nome, resta anonimo fino alla fine. Forse perché il dolore non ha bisogno di un nome, il dolore è di tutti, e quel ragazzino, tutto sommato, potrebbe essere ognuno di noi. La vita da adolescente di periferia, quando vivi con una famiglia devastata, non è semplice. E se tua madre, l’unica parente che ti è rimasta vicina, a un tratto scoppia a piangere e ti dice di avere un tumore, e tu hai solo diciassette anni e a un tratto devi diventare adulto senza averlo chiesto, ecco che allora quelle piccole fiammelle che già brucivano divampano in un incendio disastroso.

Mia mamma […] dice che piangere è un buon metodo per non dimenticarsi le cose. Dice che le lacrime sono luoghi, oggetti, punti precisi. È così che riesce a non dimenticare, perché quando hai pianto in un posto una parte di te rimane lì per sempre.

Di lacrime, in questa storia, ce ne sono molte. Quello che fa male, però, non è solo la malattia. Certo, la malattia è devastante, distrugge chi la porta addosso e tutti quelli intorno. Ma quello che mi ha fatto sentire veramente il gelo nello stomaco è la solitudine. L’avere bisogno e non avere nessuno intorno che si prenda cura. Il non riuscire a dire aiuto perché si ha paura, e in buona parte a ragione, ahimé, che quel grido non verrebbe colto. Perché le persone intorno continuano a fare finta di niente? Com’è possibile che nessuno si accorga della disgrazia che si sta consumando a pochi passi di distanza?

Ho provato un affetto immenso per tutti loro, ma il mio cuore è andato a un altro personaggio per certi versi secondario eppure indispensabile. All’interno della copertina del libro c’è una frase: “Non sarai più solo perché so come ti senti”. È proprio questo personaggio a pronunciarla, qualcuno che ha vissuto l’incendio sulla propria pelle, che sa cosa vuol dire essere profondamente soli, e che ha deciso di fare tutto il possibile affinché non debba succedere anche agli altri. A riprova del fatto che anche quando tutto brucia, dalla cenere può rinascere qualcosa di estremamente potente.

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