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Legami

Se non hai mai provato il dolore psichiatrico,
non dire che non esiste.
Ringrazia il Signore e taci.

Paolo Milone, psichiatra genovese, racconta la sua esperienza professionale in un reparto ospedaliero di Psichiatria d’urgenza. L’arte di legare le persone (Einaudi, 2021) è una raccolta di pensieri e osservazioni su quello che succede all’interno delle mura dell’ospedale, ma soprattutto è il ricordo di tante persone, principalmente pazienti, ma anche colleghi, che sono passati per quelle stanze.

Ogni paziente ha le proprie peculiarità, ma quello che li accomuna tutti è la sofferenza che si portano appresso. La vita non è stata clemente con loro, per questo sono lì: “Gli animali feriti si nascondono in una tana e si leccano le ferite. Psichiatria è una tana”. È per questo che servono i colloqui, i farmaci, talvolta la contenzione. Argomento spinoso e delicato, questo.

Se mi chiedete un’immagine simbolica della Psichiatria d’urgenza
è proprio il contenere,
il riunire frammenti spezzati tra loro,
mettere insieme mente e corpo, riunificare la persona,
come un gesso rinsalda le ossa.
Far di pezzi, uno.

Rabbrividisco al pensiero, ma non ho le competenze necessarie per valutare se sia un qualcosa di strettamente necessario o meno. Ho avuto però la fortuna di poter sentire il dottor Milone parlarne direttamente, durante il corso di una videochiamata. Ciò che è certo, è che dalle sue parole traspare una grande umanità, il desiderio di agire sempre nell’interesse dei pazienti, il rammarico quando qualcosa non è andato come previsto, il senso di colpa, perfino. Sentimento, questo, che si avverte in molte pagine del libro, pagine che affrontano il tema delicatissimo del suicidio. Succede, a volte, che un paziente prenda il volo. È ciò che accade a uno dei personaggi che popolano queste pagine, una donna della cui morte sappiamo ben presto ma che torna fino alla fine della storia. Torna perché le persone che se ne vanno così sono difficili da lasciar andare, continuano ad abitare i nostri pensieri anche dopo molto tempo, portano a farsi sempre le solite domande, se si sarebbe potuto evitare, se tutto il possibile è stato fatto, perché. Perché? Perché? Non ha risposta, questa domanda, e probabilmente mai l’avrà.

Non ci si uccide per una sofferenza quantitativamente più grande – il suicidio avviene in uno stato mentale qualitativamente diverso.

Nessuna fantasia o esperienza dei viventi può aiutare a capire.

Legare le persone non vuol dire solo contenere, ma c’è tutto il resto, c’è quel legame umano che si crea tra medico e paziente, c’è quello che lo psichiatra cerca di procurare al paziente affinché si ancori alla vita e non voli via per sempre, c’è quello che il malato stesso costruisce ogni giorno con se stesso, quando si ritrova.

L’arte di legare le persone.
Legare le persone al letto.
Legare le persone a te.
Legare le persone alla realtà.
Legare le persone a se stesse.
Legare le persone è un’arte.
Inconoscibile.

Con il dottor Milone abbiamo parlato di molte cose, sono stati sollevati diversi interrogativi. Uno degli argomenti trattati è stato la legittimazione della sofferenza, l’importanza di non limitarsi a una diagnosi da apporre come etichetta stigmatizzante, ma allo stesso tempo il fondamentale riconoscimento di un disturbo pervasivo che condiziona e invalida l’esistenza stessa.

Dire a un paziente psichiatrico che la malattia mentale non esiste
è come dire al paziente che quello che prova non esiste,
che lui non esiste.

Riemergere dai meandri di una crisi psichiatrica è difficile, porta con sé il terrore di riprecipitarvi, ma allo stesso tempo può accadere che si acquisisca una nuova consapevolezza, che si comprenda la fragilità della vita e l’importanza di essersi guadagnati una seconda possibilità.

Le persone migliori sono quelle che non dimenticano di essere morte mentalmente
e di essere rinate.

Alcune di loro sono ottimi psichiatri.

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