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A cosa ci servirà

Utile viene dal latino utilis, “che si può adoperare, che serve”, significato che è rimasto anche in italiano. Le cose utili sono quelle che hanno uno scopo pratico e che si possono, appunto, utilizzare. Ci sono però alcune cose, cose astratte, magari, di cui è più difficile cogliere l’utilità. Per esempio, il dolore. Può il dolore essere utile? Peter Cameron sembrerebbe suggerirci di sì. Un giorno questo dolore ti sarà utile (Adelphi, 2010, trad. di G. Oneto), è un titolo che mi è risuonato dentro per moltissimo tempo prima che mi decidessi a leggerlo. Una frase che spesso mi arrivava alla mente come un piccolo suggerimento, un sussurro nel momento del bisogno: “prima o poi questo ti servirà”.

James ha diciotto anni e vive a New York. È l’estate che precede il suo ingresso all’università, un luogo in cui non ha nessuna intenzione di mettere piede. Le giornate trascorrono intanto tra il lavoro nella galleria d’arte della madre, gli incontri con il padre e la nonna e quelli con la psichiatra. Eh sì, perché i genitori di James si sono stancati delle sue stranezze e tutto sommato stanno anche iniziando a preoccuparsi. Cos’è adesso questa storia che non vuole andare all’università? Com’è possibile che a diciotto anni un ragazzo non abbia amici e non abbia nemmeno il desiderio di farseli? Ce lo spiega James, chiaro e tondo, con poche parole:

Il problema principale era che non mi piace la gente, e in particolare non mi piacciono i miei coetanei, cioè quelli che popolano l’università. […] Non sono uno psicopatico […], è solo che non mi diverto a stare con gli altri.

I genitori di James, però, ritengono che questo non sia un atteggiamento normale, per questo lo convincono ad andare da una psichiatra specializzata in adolescenti disturbati. D’altra parte, qualche mese prima, si era già verificato un episodio preoccupante: costretto a partecipare a un evento che coinvolgeva un gran numero di suoi coetanei, James si era sentito terribilmente a disagio, tanto da cercare di isolarsi completamente e, preso dal panico, addirittura fuggire, conquistandosì così l’eticheta di disadattato. Era tutto iniziato nel peggiore dei modi, fin dal principio:

L’esperienza di condividere la camera con altri due ragazzi è stata tremendamente traumatica che non ricordo quasi nulla. So che si tratta di una reazione abnorme e nevrotica, […] ma io […] volevo solo un posto dove stare da solo. Per me è un bisogno primario come l’acqua e il cibo, ma ho capito che non lo è per tutti. […] Io mi sento me stesso solamente quando sono solo. Il rapporto con gli altri non mi viene naturale: mi richiede uno sforzo. Con i miei mi sento abbastanza a mio agio, ma qualche volta anche con loro sento la fatica di non essere da solo.

Data questa premessa, impossibile per James pensare di poter resistere in questa situazione a lungo. Solo che per lui sentirsi così è assolutamente normale, è un modo di essere che fa parte di lui da sempre, solo che gli altri sembrano non comprenderlo. James non rispetta le aspettative della società, non rientra nei canoni del presunto adolescente standard. Chi decide cosa è normale e cosa no? Perché mai James dovrebbe adeguarsi a certi comportamenti se questi lo fanno star male? La linea tra sano e patologico a volte è incredibilmente sottile. Il punto, a prescindere da quello che pensano gli altri, è che James non è felice. Da sempre, gli verrebbe da rispondere quando la psichiatra gli domanda da quanto si sente così. È per questo che la terapia diventa la strada giusta, non certo per essere in qualche modo aggiustato secondo le aspettative altrui. Purtroppo, però, avvicinarsi a questa realtà non è mai facile: diventare pazienti psichiatrici porta con sé l’idea che si faccia parte di una categoria diversa da tutti gli altri pazienti, che gli altri abbiano ragione e che effettivamente in noi ci sia davvero qualcosa che non va. Che siamo strani, diversi, forse inferiori agli altri, tutto sommato. Nemmeno James è esente da questi pensieri:

Non mi è piaciuto che mi chiamasse paziente, o che lo sottintendesse, anche se non so cos’altro potessi essere. Cliente aveva un’aria troppo commerciale, ma avrebbe potuto dire semplicemente “persone”, anche se poi ho pensato che sbagliavo a offendermi: non c’è niente di vergognoso nell’essere un paziente, le malattie uno non se le sceglie, il cancro e la tubercolosi mica sono indicative del carattere, […] ma sta’ a vedere che con la psichiatria è diverso, ho pensato, perché essere maniaco-depressivo, paranoico o sessodipendente lo è sì, indicativo del carattere, o almeno collegato al carattere, e devono essere cose negative, altrimenti non le curerebbero, quindi nel mio caso essere un paziente indica davvero un fallimento personale oppure…

Resta in sospeso il discorso nella sua testa, e James continua a cercare una risposta. E se all’inizio è restio ad aprirsi durante le sedute, pian piano escono racconti, un pezzo alla volta. Narrazioni importanti, su come James si sente, su cosa davvero è successo quel giorno che è scappato, su come gli altri hanno reagito:

È arrivato mio padre e mi ha riportato in treno a New York. Durante il viaggio mi ha chiesto cos’era successo. Gli ho raccontato che non ce la facevo più e che per questo ero scappato, e lui ha risposto che “bla bla bla non puoi sempre scappare dalle cose che non ti piacciono. La vita non funziona mica così”. Allora gli ho detto che non mi conosceva e non mi capiva, che non ce la facevo più non in quel senso lì, ma nel senso che volevo morire. Lui non ha risposto, mi ha fatto pat pat sulla gamba.

Dunque, qual è il senso di avere solo diciotto anni e vivere in questo stato di perenne sofferenza perché ci si sente fuori dal mondo, incompresi anche da chi ci sta più vicino e con la sensazione di essere completamenti soli, anche se intorno c’è tanta gente? Qual è lo scopo di avere davanti a sé tanti anni, potenzialmente sempre più difficili e pieni di responsabilità e cambiamenti, per poi comunque doversene andare, un giorno? Eccoci di nuovo al punto di partenza. A cosa serve tutto questo dolore? La nostra società si porta dietro l’idea che le cose utili siano quelle che ci apportano un qualche beneficio pratico o materiale, possibilmente nell’immediato. Ma ci sono invece delle cose di cui è impossibile vedere subito l’utilità, ed è un’utilità che non si compie in niente di concreto da stringere fra le mani. Si dà il caso che il dolore faccia parte di esse. Si potrà pensare che questo ragionamento sia soltanto il tentativo di illuderci di non aver trascorso per nulla una vita di sofferenza inutile. Ma non credo che fosse un autoinganno quello che aveva in mente Cameron quando ha scritto questo libro, né tantomeno è ciò che penso io. E non doveva pensarlo nemmeno la nonna di James:

A volte le brutte esperienze aiutano, servono a chiarire che cosa dobbiamo fare davvero. Forse ti sembro troppo ottimista, ma io penso che le persone che fanno solo belle esperienze non sono molto interessanti. Possono essere appagate, e magari a modo loro anche felici, ma non sono molto profonde. Ora la tua ti può sembrare una sciagura che ti complica la vita, ma sai… godersi i momenti felici è facile. Non che la felicità sia necessariamente semplice. Io non credo, però, che la tua vita sarà così, e sono convinta che proprio per questo tu sarai una persona migliore. Il difficile è non lasciarsi abbattere dai momenti brutti. Devi considerarli un dono – un dono crudele ma pur sempre un dono.

Eccola qui, la risposta, fra queste righe. Non credo che il dolore, in automatico, renda migliori. Questo sì, è un autoinganno ed è anche poco realistico. Occorre lavorarci sù. D’altra parte, è un regalo, giusto? Ma se lo si lascia da parte in un angolo è un qualcosa che prende solo spazio inutilmente. Il dolore è una cosa viva. Se ci regalano un vaso con i semi di una pianta e lo lasciamo in disparte al buio senza prendercene cura, avremo solo una vaso pesante da dover spostare qua è là all’occorrenza. Un peso, un ingombro, qualcosa di cui avremmo voluto fare a meno. Ma ormai ce l’abbiamo. Possiamo scegliere se avere un vaso spoglio, con solo terra arida, e irritarci ogni volta che ci posiamo lo sguardo, oppure avere una pianta rigogliosa, magari con dei bei fiori. Ecco, allora sì. Un giorno questo dolore ci sarà utile.

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