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Frammenti di cristallo

Elf ha un pianoforte di cristallo nel petto. È pesante proprio come uno vero, però è fragilissimo, ogni momento che passa si incrina un po’ di più e c’è il rischio che vada in frantumi una volta per tutte. Ed è esattamente questo che Elf vorrebbe, una fine definitiva. Attendere il passare dei giorni è diventato troppo penoso, e non importa se è una pianista affermata famosa in tutto il mondo, non importa se ha un marito che la ama e un’intera famiglia che fa il tifo per lei. Ormai quelle incrinature ci sono, e dover tenere tutto insieme è troppo faticoso. Chissà a quando risale la prima crepa. Forse a quando il padre ha avvertito lo stesso peso e ha deciso di lanciarsi sotto un treno in corsa… Una storia che si ripete, una genetica inclemente e il filo della vita che a un certo punto sfugge dalle mani e se ne perde il senso.

Ma non è dal punto di vista di Elf che noi sappiamo tutto questo, non è lei la voce narrante de I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews (Marcos y Marcos, 2015). È Yoli, la sorella minore, quella con la vita incasinata, con quasi due divorzi alle spalle e due figli di padri diversi. È lei che vediamo faticare per tenere tutto insieme quando ogni cosa sta per crollare, lei quella che ogni giorno cerca di trovare le risposte alle uniche domande che in quel momento contino qualcosa: come si convince qualcuno a restare? Cosa si dice a chi vuole morire per convincerlo che non è la cosa giusta? Ma soprattutto, davvero non è la cosa giusta? Se è questo che Elf desidera tanto, non dovrebbe forse sostenerla con il suo amore di sorella, invece che darle addosso?

Aveva davvero una malattia terminale? Era geneticamente condannata a voler morire fin dal primo giorno? E tutti i momenti apparentemente felici del suo passato, i sorrisi, le canzoni, gli abbracci sinceri e le risate e i pugni agitati per aria e i trionfi, erano solo deviazioni temporanee dal suo anelito innato alla liberazione e all’oblio? […] Ho chiesto a Elf se pensasse mai a qualche ragione per rimanere in vita o se si limitasse a cercare una via d’uscita. Non mi ha risposto.

Non è la prima volta che Elf prova ad andarsene, ma è la prima volta che chiede l’aiuto di qualcuno per farlo. Una volta che la richiesta è stata fatta, Yoli non può più fare finta di niente. È costretta a portarsi sulle spalle il peso di quel pianoforte di cristallo, incerta se tentare di farlo suonare ancora, oppure lasciare che cada e si distrugga una volta per tutte. Non è sicura che il ricovero di Elf all’ospedale psichiatrico la stia realmente aiutando, e così tartassa medici e infermieri cercando di capirci qualcosa e di venirne a capo:

Alla fine le ho chiesto delle pastiglie. Le ho chiesto cosa contenevano. Qual era il principio attivo? Le danno l’impressione che la vita abbia un senso o la fiaccano al punto che non gliene importa niente? Oppure rafforzano quello che ha già in testa legittimandolo, tanto che Elf una mattina potrebbe verosimilmente saltar giù dal letto gridando urrà, è vero, la vita non ha nessun senso, ma va bene così e adesso che lo so e ne ho la conferma e posso smettere di cercarlo posso continuare a vivere?

Tutti gli occhi sono continuamente puntati su Elf, ma cosa vuol dire essere sempre secondi? Essere la secondogenita, crescere all’ombra della sorella musicista e poi, ancora, essere ai margini perché il centro dell’attenzione è sempre Elf, Elf che non può comportarsi come tutti gli altri esseri umani, Elf che con i suoi tentativi di uscire di scena la scena la occupa sempre, l’odiata Elf, l’amata Elf. Non è facile per Yoli vivere tutto questo, e un po’di conforto l’ha trovato facendo la scrittrice, mettendo nelle sue storie la tristezza che non riesce più a contenere in se stessa. Il dolore è come una pianta rampicante che soffoca le vicine: si espande a macchia d’olio. Quando certi sentimenti vengono buttati fuori, c’è sempre qualcuno che ne resta ferito:

Mia madre dice che quando legge le mie storie sul rodeo si intristisce al pensiero che io abbia in me una tristezza tale da spingermi a creare tutte queste tristissime eroine adolescenti. Possibile che mai una volta riescano a vincere una medaglia? chiede. Le dico no, no, ognuno di noi ha in sé tutta questa tristezza, non sono solo io, e la scrittura aiuta a organizzarla, per cui niente di grave. […] Mia madre dice ah, d’accordo, ma insomma… quando penso che ti porti dietro quel dolore, mi chiedo da dove venga… E io finalmente capisco cosa vuole sentirsi dire, e che sta parlando non solo di me, ma anche di Elf, e le dico che il mio dolore non l’ha causato lei, che ho avuto un’infanzia felice, un’isola piena di sole, che lei è una madre irreprensibile, che nessuno la può accusare di nulla.

La storia raccontata in queste pagine non è casuale, ma è stato probabilmente il modo di Miriam Toews di organizzare la sua, di tristezza. Nel 1998 il padre di Miriam si gettò sotto un treno e si tolse la vita; dopo diversi anni la sorella Marjorie fece esattamente la stessa cosa. Gli interrogativi di questo libro sono quindi quelli a cui la Toews ha cercato di rispondere per una vita intera.

Insomma, se il cervello è un organo fatto per risolvere problemi, e se il problema è la vita e la sua invivibilità, allora un cervello razionale e funzionante sceglierebbe di porvi fine. O no?

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