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Presente!

Degli anni passati a scuola, chi più, chi meno, sicuramente tutti ricordiamo il rito mattutino dell’appello. Il dito dell’insegnante che scorre l’elenco dei nomi e segna le assenze, e allora bisogna essere lì, almeno la maggior parte dei giorni, a rispondere “Presente!”, altrimenti poi tocca portare la giustificazione e, dopo un po’, si rischia di perdere l’anno.

Ma è davvero tutto qui, l’appello? Un ripetersi giorno dopo giorno delle stesse azioni meccaniche, un chiedere senza interesse e un rispondere con la voglia di essere in tutt’altro posto? O c’è, o forse meglio, ci potrebbe essere qualcos’altro? È a queste domande che Alessandro D’Avenia prova a rispondere con il suo ultimo romanzo, L’appello appunto (Mondadori, 2020).

Per il professor Omero, supplente di scienze, è il primo giorno di scuola dopo una pausa di qualche anno dall’insegnamento. Quest’anno, però, ha deciso di provare a tornare dietro la cattedra e riprendere quel mestiere che tanto ama, perché gli dà modo di trasmettere tutta la sua passione a delle giovani menti, di accompagnare quei ragazzi che lo scrutano di là dai banchi nel difficile percorso della crescita. Certo, quest’anno sarà un po’ diverso: mentre tante paia di occhi diversi lo staranno osservando, lui non potrà vederli. Per questo Omero Romeo aveva smesso di insegnare: la vita gli ha portato via la vista, ed egli è ora cieco in un mondo che non può più vedere. È proprio la sua condizione che lo spinge a proporre ai suoi ragazzi un metodo diverso per fare l’appello: invece che leggere i loro nomi sul registro, egli toccherà i loro volti e ascolterà le loro storie. Non solo nomi pronunciati velocemente, quindi, ma racconti che rivelino qualcosa di chi li porta, perché essere chiamati per nome è essere chiamati alla vita, a essere presenti con tutti se stessi. Non solo lettere scritte su un pezzo di carta, ma persone.

La realtà è un intreccio di storie che accadono e vivere è imparare ad ascoltare, perché le cose e le persone si rivelano solo quando dai loro il tempo di cui hanno bisogno per raccontare la propria, il tempo che ci vuole a spogliarsi senza provare vergogna. […] Sprechiamo la maggior parte del nostro tempo e delle nostre energie a nasconderci, ma sotto sotto vogliamo venire alla luce. Siamo fatti per nacere, non certo per morire. E un nome ben detto dà luce e dà alla luce ogni angolo dell’anima e del corpo, perché purtroppo ciò per cui vogliamo essere amati, noi, lo nascondiamo. Questo è il potere di un nome proprio: fermare la ruota incessante del tempo e far ricominciare da capo una storia in cui tutto è stato già visto. Questo è il miracolo di un appelo ben fatto.

È così, quindi, che il professor Omero conosce i suoi dieci alunni, nell’anno della loro maturità: Elisa, Achille, Elena, Cesare, Aurora, Caterina, Ettore, Mattia, Oscar, Stella. Dieci ragazzi considerati senza speranza dal resto dei docenti, tutti inseriti nella stessa classe per evitare che abbiano un’influenza negativa sugli altri compagni, quasi come se i loro problemi potessero essere contagiosi. Dapprima diffidenti verso questo nuovo insegnante che sembra messo peggio di loro, un poco alla volta gli studenti si lasciano andare a questo nuovo metodo di fare l’appello. Perché chi non può vedere deve potersi orientare in altro modo, ed è questo che ha imparato a fare Omero: ad ascoltare. I ragazzi, che fino a quel momento sono sempre stati guardati con superiorità da chi stava dall’altro lato della cattedra, adesso possono essere finalmente visti per ciò che realmente sono, possono essere ascoltati e possono essere toccati. Non solo con le mani che sfiorano i loro volti, ma possono essere toccati in profondità da chi si fida di loro, perché loro stessi hanno imparato a fidarsi, trovando qualcuno a cui affidare le proprie vite fragili. Nell’aula, insieme a loro, c’è sempre una presenza muta, a cui i ragazzi imparano piano piano a dare voce. Si tratta del dolore, e quando qualcuno in classe domanda il perché della sua esitenza, il professor Romeo risponde:

Per raccontarlo. […] Non riguarda il passato, uno stato appunto, che si può descrivere, ma il futuro. Per questo è fatto per essere raccontato, perché è una storia. Altrimenti ci pietrifica: passimao il tempo a imprigionare il dolore nel passato, cercandone le cause con la precisione di uno scienziato, ma non è questo che può guarirci. Noi possimao guarire solo stando nel dolore e scoprendo dove ci porta, proprio perché non abbiamo più il controllo delle cose.

Tutto ciò che esce dagli schemi porta confusione, e così sarà per questo nuovo appello, difficile da far accettare a insegnanti e genitori. E se il libro di D’Avenia è volontariamente utopistico, per mostrare come potrebbe essere la scuola in un mondo ideale, quello che è certo è che la scuola dovrebbe essere, nel mondo reale, più umana. Una scuola fatta per le persone, che oltre alle nozioni dei programmi insegni anche l’accettazione di tutto ciò che ci caratterizza, e che dia modo di capire che ognuno ha le proprie ferite e che, anche se non si chiuderanno mai, “quello che conta è cosa puoi tirarci fuori”. La scuola dovrebbe permettere di tirarsi fuori, di venire alla luce, e non di chiudersi dentro, al buio. Dovrebbe dare gli strumenti perché ognuno possa infilare le mani nel proprio squarcio e vedere cosa ne può uscire. Solo allora, quando verrà il momento dell’appello, ogni ragazzo potrà dire “presente!” ed esserlo veramente.

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