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Salvezza

Il romanzo di Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza (2020, Mondadori), è un libro che, più che letto, ho sentito. L’ho sentito in profondità, fin nelle ossa, come quel freddo che ti penetra togliendoti il fiato. Ma l’ho sentito anche, a tratti, come una fiammella al centro del petto, scaturita come per reazione all’indicibile, desiderosa di poter abbracciare Daniele e i suoi compagni, di tenere duro insieme a loro, di poter rendere, un giorno, le cose un pochino diverse, almeno per qualcuno. Semplicemente, forse, desiderosa di salvezza.

È il 1994 quando Daniele, in seguito a un violento scoppio di rabbia, viene ricoverato in un reparto psichiatrico e costretto a intraprendere un TSO: Trattamento Sanitario Obbligatorio. Ha solo vent’anni, Daniele, ma come dice lui, ha “sofferto per mille”, perché “il dolore costa fatica” e lui in questi anni è rimasto con l’anima di quando era bambino: “ma i bambini non sono fatti per il dolore, nascono dalla gioia, per vivere in dolcezza gli amori che verranno”. È per questo che adesso si trova lì, obbligato a dividere una stanza per una settimana con altri cinque uomini, anche loro schiacciati dalla vita, in un modo o nell’altro. Proprio come lui, che il peso della vita lo sente tutto, un giorno dopo l’altro, senza trovargli un senso. Gli altri non capiscono, i familiari, gli amici, nessuno sembra rendersi conto della precarietà della vita, di questo scherzo crudele di qualcuno che ci ha portato nel mondo per poi, con un soffio, scuoterci via, a volte in modo disumano: “possibile che nessuno s’accorge che semo come ‘na piuma? Basta ‘no sputo de vento pe’ portacce via”. Come spiegare agli altri quell’orrore che ghermisce il petto e che toglie il fiato quando il significato continua a sfuggire? Forse non c’è un significato, e allora la senti tutta la sofferenza, quella di tutti coloro che hai intorno, di tutti coloro che ti hanno preceduto e di tutti coloro che verranno. Un orrore senza fine che scava dentro e lascia un vuoto, riempito soltanto da scoppi di rabbia.

Che cura può esiste per come è fatta la vita, voglio di’, è tutto senza senso, e se ti metti a parla’ di senso ti guardano male, ma è sbagliato cerca’ un significato? Perché devo avere bisogno di un significato? Sennò come spieghi tutto, come spieghi la morte? Come se fa ad affrontare la morte di chi ami? Se è tutto senza senso non lo accetto, allora vojo mori'”.

In ospedale non è facile trovarlo questo senso, soprattutto quando infermieri e psichiatri mostrano avversione nei tuoi confronti. Hanno paura a stare in mezzo ai matti, e allora aggrediscono per primi nel tentativo di non essere aggrediti a loro volta. Il distacco emotivo è completo, tanto che c’è chi confonde i pazienti e addirittura chi, durante le sedute, si addormenta. È per questo che nasce l’esigenza di trovare aiuto altrove, e allora quelle altre cinque anime nella stanza diventano tutto quello a cui aggrapparsi. Madonnina, che si è guadagnato questo soprannome perché è una delle poche parole che pronuncia; Alessandro, i cui occhi sono fissi su chissà quale tormento visibile solo a lui; Giorgio, con le braccia segnate da tutti i giorni di dolore; Mario, che cela l’indicibile dietro parole sempre gentili; Gianluca, che per il suo bipolarismo vive la vita fra bianco e nero, con il terrore di restare nella parte nera e non saperne più uscire. Tra di loro si manifesta l’umanità più pura, quella fatta di piccoli gesti, di ascolto e di non giudizio, con la consapevolezza che il dolore li accomuna tutti.

Sarebbe bello poter dire che la vita abbia riservato a tutti loro un lieto fine. Ci sono spettri che non smettono mai di accompagnarci, anche perché come Mario ricorda a Daniele, “quello che puoi trovare dai medici e dalla medicina è nel migliore dei casi un piccolo aiuto, il resto sei tu, il modo in cui vedi le cose, la forza con cui la vita ti arriva”. Ottenere una diagnosi e un farmaco è solo un piccolo passo, occorre poi tentare di conoscersi a fondo, comprendersi e abbracciarsi. È sempre Mario a dire che “è da pazzi pensare che un uomo non debba mai andare in crisi”: fa parte dell’essere umano. Certo, ognuno ha a che fare con crisi diverse, di entità e peso differenti. Ma questo libro ci ricorda che, anche se non saremo mai completamente padroni di ciò che ci accade, molte cose potrebbero essere diverse. Sta a noi provare a trasformare il disumano che a volte ci tocca, in modo da riportarlo a una dimensione umana, accettabile. L’umanità è una nostra prerogativa: esercitiamola.

Salvezza. Questa parola non la dico a nessuno oltre me. Ma la parola eccola, e con lei il suo significato più grande della morte. Salvezza. Per me. Per mia madre all’altro capo del telefono. Per tutti i figli e tutte le madri. E i padri. E tutti i fratelli di tutti i tempi passati e futuri. La mia malattia si chiama salvezza, ma come? A chi dirlo?

Alla fine, Daniele ha trovato le parole per dirlo. Non ce le dimentichiamo.

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