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dolore o Dolore?

Mi è bastato uno sguardo veloce alla trama di Ruga dopo Ruga (2020) per scegliere questo romanzo dal catalogo di Porto Seguro. Ho pensato subito che Ranjji, giovane abitante dell’isola di Ktabejn nata dalla penna di Claudia Graziani, avrebbe avuto molto da insegnarmi. Non mi sbagliavo.

Nell’immaginaria Ktabejn, in Polinesia, vive un popolo pacifico, guidato da uno sciamano. Ognuno collabora per la comunità, portando avanti riti e tradizioni, a stretto contatto con la natura che lo circonda. Ranjji sa di far parte di questo popolo, eppure ormai da tempo è come se fra lei e la sua gente fosse sorta una barriera che li separa. Osserva gli altri in disparte e a volte è costretta ad allontanarsi affinché nessuno possa vedere ciò che dimora dentro di lei, quando questo diventa troppo ingombrante, impossibile da tenere nascosto. C’è un dolore che abita in Ranjji, ha radici profondissime e per questo lei non è mai riuscita a estirparlo. Impossibile controllarlo, anzi, è lui a controllare la ragazza. Perché non si tratta di un semplice dolore, ma del Dolore.

Il dolore si può ascoltare e seguire, le partorienti lo fanno sempre. Ma il Dolore no. Quello ti attanaglia, ti toglie il diritto di vivere e nessuno può farci niente. La sola cosa che puoi fare è ascoltarlo mentre ti ghigna in faccia, dicendoti che tu non sarai mai un’eletta e che quello che fai è stupido.

A Ktabejn, se si raggiunge un grado di maturità e consapevolezza sufficienti e lo sciamano ritiene che sia giunto il momento, si diventa eletti. Prima, però, bisogna completare il proprio percorso di crescita, lo skjutel. Ma come si fa, quando un Dolore così ti attanaglia continuamente e ti divora dall’interno? Per questo Ranjji decide di rivolgersi a Gualkjor, l’ultima delle elette del suo popolo. Solo chi ha portato a termine lo skjutel può aiutarla a fare altrettanto. Ha tanta paura Ranjji, è stanca di vivere in quel modo ma ha anche paura della vita, quella aldilà del Dolore, e ha paura di se stessa, perché il Dolore l’ha resa la sua peggior nemica. Non l’ha mai detto a nessuno questo, ma ora, davanti a Gualkjor, le parole trovano finalmente la strada.

“Ho paura” si sorprese a dire Ranjji fra i singhiozzi “una paura tremenda. Ho un corpo che vuole vivere, ma io ho troppa paura.” Si sentiva contenta di piangere. Il Dolore, che si era in parte sciolto, stava uscendo così. E se usciva, significava che andava scoperto, smascherato, dunque perfino raccontato. […] “Io ho un dolore, Gualkjor. Un dolore terribile che non ho mai potuto confessare a nessuno, perché è cattivo, potente, vuole uccidermi e impedirmi di vivere.” […]

“Vuoi parlarmene?”

“Forse. Cioè, vorrei, ma non so. Non ci sono mai riuscita.”

“Beh, puoi sempre provarci. Da quanto tempo lo senti?”

Già, da quanto tempo il Dolore risiedeva in lei? Ranjji non avrebbe saputo dire se fosse da sempre o se ci fosse stato un momento in cui esso aveva avuto inizio.

Il Dolore non può restare taciuto per sempre. È questo che Gualkjor insegna a Ranjji. Il Dolore va fatto parlare e va ascoltato, va lasciato libero di uscire e di essere visto, anche dagli altri. I percorsi di rimarginazione non sono mai semplici, e non lo sarà neanche questo. Vorrà dire esporsi, correre il rischio di essere feriti nuovamente. Vorrà dire ricordare, scavare nella memoria e tirare fuori cose che per tanto tempo sono state dimenticate, sotterrate dove non batte la luce nel tentativo di sopprimerle. Ma sono proprio loro che premono per tornare a galla e che così facendo provocano tanta sofferenza.

Ranjji comprese in un attimo che la strada giusta doveva essere proprio trovare il coraggio di mostrare la propria debolezza. Poteva sembrare bellissimo, ma Ranjji capì subito che avrebbe sgnificato rimanere senza difese. […] Aveva un prezzo quella pace, ma poco importava: non sarebbe mai stato alto come il dolore dello stare ferma, mai alto come il Dolore.”

L’occasione per mettersi alla prova è data a Ranjji dal ritorno sull’isola dei colonizzatori inglesi, i quali erano già stati lì molti anni prima. L’incontro con uno di loro, Nick, dà alla giovane di Ktabejn l’opportunità di muovere i primi passi verso la consapevolezza e di mostrarsi, forse per la prima volta, forte nella sua fragilità. Quando si è stati toccati da un dolore così profondo e per così lungo tempo, bisogna scavare a fondo e andare a recuperare parti di sé che avevamo allontanato. Di solito, parti di quando eravamo bambini. Fa anche questo, Ranjji, e nel fare di nuovo conoscenza con quella parte che aveva soffocato per anni si rende conto che la vita non deve essere per forza come l’ha conosciuta fino a quel momento, ma che può essere anche qualcosa di diverso.

La vita a volte può essere vissuta come una danza. Forse potrebbe sempre esserlo, ma noi non la sappiamo trasformare quasi mai.

Ecco che cosa mi ha insegnato Ranjji. Che il Dolore ha bisogno di parole, di essere detto e di essere ascoltato. Che servono persone come Gualkjor. Che ognuno di noi può essere Ranjii. Che ognuno di noi può essere Gualkjor. Che il Dolore può diventare dolore e poi, alla fine, danza.

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