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Il peso dell’aria

Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica.

Sono queste, forse, le parole più note di La campana di vetro, unico romanzo della scrittrice americana Sylvia Plath, e, probabilmente, sono anche quelle che esemplificano meglio tutto ciò che l’autrice voleva raccontarci.

È il 14 gennaio 1963 quando il libro è pubblicato per la prima volta, edito da Faber e Faber, in Inghilterra. A neanche un mese di distanza, l’11 febbraio, Sylvia muore togliendosi la vita. Questo dato biografico non è affatto trascurabile per la comprensione del romanzo. La protagonista, infatti, una giovane ragazza di nome Esther, pur con le dovute differenze, nasconde in sé l’autrice stessa. Ragion per cui, probabilmente, il libro è inizialmente presentato al pubblico con uno pseudonimo. All’interno dell’opera si assiste inoltre al curioso momento in cui Esther, aspirante scrittrice, decide di stendere il suo primo romanzo e sceglie, come nome per la protagonista, Elaine.

La protagonista del mio romanzo sarei stata io stessa, ma dissimulata. La mia protagonista si sarebbe chiamata Elaine. Elaine. Contai le lettere sulle dita. Sei lettere, come Esther. Sembrava di buon auspicio.

Sei lettere. Esattamente come Sylvia. Ed Esther, all’apertura del romanzo, si trova a New York, proprio come era successo a Sylvia, per aver vinto un praticantato presso la redazione di una rivista femminile. Nella grande città le sembra per un attimo di avere in pugno le chiavi per il successo ma, a poco a poco, si sente travolta e schiacciata da un’aria pesante, quell’aria che ben presto si rende conto non essere solo quella di New York, ma quella che lei stessa esala e che ovunque respira, perché intorno ha sempre quella campana di vetro che la opprime. Sembra un vetro infrangibile sotto al quale stanno, con lei, i grandiosi progetti di carriera mai realizzati, l’eterna attesa dell’incontro con l’altro sesso, i rapporti opprimenti e morbosi con coloro che la circondano. È un peso, un peso che a un certo punto deve uscire e diventa lacrime inaspettate.

Non sapevo perché mi venisse da piangere, ma sapevo che se qualcuno mi avesse rivolto la parola o mi avesse guardata in faccia, le lacrime sarebbero sgorgate dagli occhi e i singhiozzi sarebbero esplosi dalla gola e io sarei andata avanti a piangere per una settimana. Me le sentivo, le lacrime, sciaguattare dentro, pronte a traboccare come acqua in un bicchiere traballante e troppo pieno. […] Fu irrefrenabile. Nascosi la faccia nel velluto rosa del divanetto e con mio immenso sollievo le lacrime salate e i singhiozzi di infelicità che per tutta la mattina si erano aggirati dentro di me eruppero nella stanza. […] Mi sentivo svuotata e tradita, come la pelle abbandonata da qualche bestia spaventosa. Era un sollievo essermi liberata dalla bestia, ma era come se si fosse portata via anche il mio spirito, insieme a tutte le cose su cui aveva potuto piantare gli artigli.

Cosa rimane, allora? Cosa arriva, dopo essersi svuotati? Per Esther, e anche per Sylvia, arrivano l’insonnia, la perdita di concentrazione, il distacco. Quel distacco che il lettore spesso avverte e per cui non riesce a empatizzare con la protagonista. È il vetro della campana che sta in mezzo, che fa da barriera e che tutto attutisce, non permettendo la comunicazione tra il dentro e il fuori. Resta, allora, il desiderio di tentare la fuga estrema, l’eterno distacco da un mondo a cui si fatica ad appartenere. Ma in questo Esther non riesce, a differenza di Sylvia, e per lei arrivano la clinica psichiatrica e l’elettroshock, una realtà che anche la Plath conosceva ma che non l’ha salvata. Forse perché, una volta lasciata uscire la parte più profonda e dolorosa di se stessi, bisogna continuare a farci sempre i conti, e anche questo può essere un peso insostenibile, soprattutto se nessuno tende la mano. Se ne rende subito conto Esther, quando la madre definisce i pazienti della clinica “gente orrenda”, quando le viene fatto notare “chissà chi ti sposerà, adesso, Esther?”. E ancora, quando, l’unica volta che la madre le fa visita mentre è ricoverata, con tono di rimprovero tenta di cancellare l’esperienza della figlia, svilendola, togliendole il valore che merita.

“Ricominceremo da dove eravamo, Esther” aveva detto con il suo dolce sorriso da martire. “Faremo come se fosse stato soltanto un brutto sogno.” Un brutto sogno. Io ricordavo tutto. […] Forse l’oblio, come una neve gentile, avrebbe dovuto attutire e ricoprire tutto. Ma quelle cose facevano parte di me. Erano il mio paesaggio.

Esther sa, e lo sapeva anche Sylvia, che le cose potrebbero, dovrebbero, andare in un altro modo. Ha cercato di dircelo, Sylvia, lasciando a Esther la possibilità di una nuova vita, quella che lei non avrebbe più avuto.

Dovrebbe esistere un rito, pensai, per celebrare la seconda nascita – per quando si è stati rattoppati, ricostruiti e omologati per la strada.

Un ultimo memento ci viene dalla copertina dell’edizione italiana (Mondadori, 2016, trad. di A. Bottini e A. Ravano). Una donna nell’ombra, vediamo solo la parte inferiore, il volto resta nascosto. Non possiamo saperne l’identità, quindi. Chi è? Esther? Sylvia? Oppure, ancora: potremmo essere noi? Se Sylvia ed Esther sono, sicuramente, almeno in parte la stessa persona, forse anche ognuno di noi può, almeno in parte, stare celato nella stessa ombra, sotto la stessa campana di vetro. Un vetro che, con i giusti strumenti, si può anche rompere. Sylvia lo sapeva, e per questo ci ha regalato Esther.

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