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Ossessioni

È ampiamente riconosciuto che l’amore sia fra le esperienze e i sentimenti migliori che si possano provare sulla terra. Da secoli, narratori, poeti, artisti di ogni genere vi dedicano le loro opere. Che possa essere anche qualcosa di estremamente doloroso e carico di sofferenza è altrettanto appurato. Si è molto scritto e cantato anche di questo. Ma l’amore, motore del mondo per eccellenza, seppur con tutto il peso che si può portare dietro, può essere anche una delle cose peggiori che toccano in sorte all’essere umano? Può l’amore essere malattia? Può.

Ian McEwan, con L’amore fatale (Einaudi, 1997, trad. di S. Basso), ci parla proprio di questo: di un amore che dell’amore ha solo il nome, che pretende di essere tale ma che invece è tormento e ossessione. Quando Joe Rose, tranquillo scienziato inglese, interrompe bruscamente il picnic con la sua compagna di vita, Clarissa, per correre in soccorso di un pallone aerostatico colpito dal vento, non sa quanto quell’azione segnerà la sua esistenza. Sono in molti gli uomini che che si dirigono verso lo stesso punto per prestare aiuto. Uno di loro è il giovane Jed Parry, il quale, alla sola vista di Joe, si innamora follemente. Ma non si tratta di un normale colpo di fulmine: Parry è affetto da erotomania o sindrome di de Clerambault. Si tratta di un disturbo psicotico delirante, per cui egli si ritrova fortemente convinto, pur di fronte a continue evidenze del contrario, che Rose sia innamorato di lui. Questa patologia, contornata da manie religiose, lo porta a perseguitare il malcapitato Joe, che si ritrova improvvisamente impotente di fronte agli eventi.

A niente valgono i continui tentativi di dissausione: Jed Parry non sa e non può rendersi conto della sua follia. Quando un’osessione prende il sopravvento assume la forma della realtà. Il reale non è più ciò che è comunemente riconosciuto come tale, ma è quello a cui noi diamo questo significato. Ciò che prende corpo in una mente, seppur intangibile, per quella stessa mente che l’ha partorito non è meno reale di altre cose. Le ossessioni sono lo specchio di paure e desideri occultati, sono ciò a cui ci aggrappiamo per dare un senso a vite altrimenti percepite vuote. Pur facendoci soffrire, non sappiamo lasciarle andar via perché sono delle presenze costanti, certe, all’interno della nostra esistenza. Sappiamo di poter contare su di loro. Mollare la presa è molto più difficile di quanto non lo sia continuare a tenerla salda. Essere convinti che qualcuno ci ami assume quella solidità che dà stabilità alla vita, seppur illusoriamente. Ricambiare, e non saperne fare a meno, vuol dire dare valore alla nostra illusione, dimostrare che stiamo lottando per qualcosa di concreto e non per l’effimero frutto del nostro inconscio. Le ossessioni danno dipendenza.

“Fatale” viene dal latino fatum: “fato”, “destino”. L’amore fatale è quello che il destino ha in serbo per noi, quello che non poteva essere in altro modo, quello a cui siamo, appunto, destinati. Ma fatale richiama anche un altro tipo di fato, quello funesto, ultimo, mortale. L’amore fatale è quello che ci logora, che ci consuma dentro, che non ci fa più vivere. È così per l’ossessionato ed è così per l’oggetto delle ossessioni. Anche perché le ossessioni sono contagiose. L’ossessione di Jed Parry diventa quella di Joe Rose, ossessionato da questa presenza ingombrante entrata all’improvviso nella sua vita, incrdibilmente concreta per lui, eppure quasi invisibile agli occhi di chi lo circonda. Una presenza così forte da mettere a soqquadro la sua intera esistenza. Due ossessioni che si alimentanto a vicenda, perché alla fine l’una è nulla senza l’altra. Ancora una volta, le ossessioni danno dipendenza.

Gli sconfinamenti patologici dell’amore non solo sfiorano ma si sovrappongono all’esperienza amorosa normale, e non è sempre facile accettare l’idea che una tra le esperienze più universalmente importanti possa sconfinare nella psicopatologia. (P.E. Mullen e M. Pathe, The Pathological extension of love)

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