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Verso la fine

Nella contea di Yoknapatawpha, in Missisippi, Addie Bundren sta morendo, per questo c’è gente che si affanna attorno al suo letto. Per questo, fuori, davanti alla sua finestra, il suo primogenito, Cash, le sta costruendo la bara. Addie vuole sapere esattamente dove andrà a finire, vuole vedere con i suoi stessi occhi ogni asse che la conterrà da qui all’eterno. Dewey Dell, la sua unica figlia femmina, non la lascia un momento. Chissà invece dove si saranno cacciati quegli altri due, Darl e Jewel! Ecco però il piccolo Vardaman che si avvicina con un grosso pesce appena pescato, una piccola morte che anticipa solo di poco quella più grande.

Così William Faulkner inizia la narrazione di Mentre morivo (Adelphi, 2008, trad. di M. Materassi): la storia di una donna che lascia questo mondo, protagonista consapevole, da viva, solo delle prime pagine del libro, ma sempre al centro della vicenda anche dopo, in quel lungo e accidentato viaggio che fa sostenere alla sua famiglia affinché lei possa, finalmente, riposare in pace. È proprio questo, infatti, il suo unico desiderio, a compimento di un’esistenza infelice: essere sepolta dove è nata, a Jefferson, a 40 miglia di distanza da dove sta morendo.

Suo marito, Anse, alla fine questo glielo deve. E allora carica la bara su un vecchio carretto e parte, insieme a tutti i figli. Lo sgomento dei vicini per questa follia è palpabile. Ma Anse glielo ha promesso. Niente lo potrà trattenere, nemmeno il dispetto di quei giorni di luglio che da torridi diventano improvvisamente piovosi, alluvionano tutto e distruggono i ponti su cui sarebbero dovuti passare. Mentre il viaggio prosegue, una difficoltà dopo l’altra, capitolo dopo capitolo, tutti i membri della famiglia, e a volte anche qualche conoscente, hanno modo di esprimersi e di raccontare, con parole loro, qualche episodio di quell’odissea, oppure di rispolverare qualche ricordo del passato. Non a caso, il titolo del libro, in particolare nella sua versione originale, As I Lay Dying, richiama un passo dell’Odissea. Nell’XI canto, infatti, Ulisse discende agli Inferi e incontra Agamennone, il quale narra, per l’appunto, le circostanze della propria morte: “As I lay dying the woman with the dog’s eyes would not close my eyelids for me as I descended into Hades”. Mentre moriva, la moglie Clitennestra, complice del suo omicidio insieme all’amante Egisto, non ha avuto neanche la pietà di chiudergli gli occhi. In un ribaltamento della situazione, Anse fa qualcosa di più per Addie del chiuderle gli occhi: la accompagna direttamente, seppur in modo simbolico, nella discesa verso l’Ade.

Le morti e i viaggi sono due eventi che ci consentono di guardarci dentro e tirare le somme. Ed è questo che fanno anche i Bundren, trascorsi quegli interminabili nove giorni di peripezie, dopo aver finalmente dato pace alla povera Addie ormai in putrefazione. Ogni personaggio, attraverso monologhi interiori sotto forma di flusso di coscienza, ci mette a parte del proprio turbinio di pensieri e del proprio dramma personale. Forse non è un caso che Darl, il figlio rimasto traumatizzato dalla Grande Guerra, e il piccolo Vardaman, abbiano un maggior numero di capitoli in cui esprimersi: si sa, nessuno capisce bene il mondo come i folli e i bambini. Saggiamente, Cash ci aiuta però a riflettere anche su questo:

Non sono poi tanto sicuro che uno abbia il diritto di dire che cos’è pazzo e che cosa non lo è. È come se dentro a ognuno ci fosse qualcuno che è al di là dell’esser normale o dell’esser pazzo, e le cose normali e le cose pazze che fa le guarda con lo stesso orrore e lo stesso stupore.

La discesa nell’aldilà diventa così non solo quella reale di Addie, ma anche quella di ogni membro della famiglia che ha modo di trovarsi faccia a faccia con i propri segreti e i propri fantasmi. E se per i Bundren, o almeno, per alcuni di loro, la fine del viaggio determina anche una discesa definitiva, forse, per il lettore, l’aver partecipato a questo bizzarro corteo funebre può essere servito a entrare in contatto con quella parte più profonda della vita, quella che Darl descrive con una lucidità agghiacciante. Perché il lettore può sempre risalire.

Le nostre vite, come si dipanano nel non-vento, non-suono, gli stanchi gesti stancamente ricapitolanti: echi di antiche compulsioni con non-mani su non-fili: al tramonto cadiamo in posizioni furiose, gesti morti di fantocci.

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