libri

Perfettamente imperfetta

Le parole che in privato affidiamo alla carta hanno, di solito, l’inestimabile pregio di essere le più sincere. Tutto quello che ci turbina nella testa e che mai e poi mai avremmo il coraggio di far uscire in presenza di altri può trovare una casa su un foglio di carta, da nascondere accuratamente in fondo a un cassetto. Magari chiuso a chiave. Nessuno dovrà mai leggerle, è la nostra anima custodita fra le pagine. È per questo che Ted Hughes si trova a fare una scelta quando decide di pubblicare i diari della moglie, dopo la sua morte. L’ultimo dei suoi taccuini, che racchiude gli ultimi spasimi di una vita sofferta, lo distrugge. Troppo privato, troppo spaventoso per essere lasciato in mani altrui, soprattutto quelle dei loro figli. Bisogna che certe cose non si sappiano mai, per sopravvivere. Non poteva ancora sapere, Ted, che alcune cose sono un destino che si presenterà alla nostra porta comunque.

Seppur con ampi tagli, dunque, grazie al lavoro di Hughes noi oggi possiamo leggere l’autobiografia di Sylvia Plath nelle pagine dei suoi Diari (Adelphi, 2004, trad. di S. Fefè). Facciamo oggi la conoscenza della Sylvia degli anni del college.

Ha 18 anni, Sylvia, quando, nell’estate del 1950, prima di andare al college, lavora presso l’azienda agricola Lookout Farm. Mentre si trova là, il tempo assume una connotazione strana. Inizia a sfuggirle tra le dita, come granelli di sabbia che scivolano via. E allo stesso tempo, la sabbia la risucchia, sabbie mobili senza scampo che la opprimono facendole sentire il peso dei giorni. Quello che oggi è presente diventerà presto passato e Sylvia la vede, la fiamma che in un attimo brucia e lascia il posto alla morte. Bisogna vivere tutto con intensità, come fosse l’ultima volta. Per scacciare i mostri interiori non c’è niente di meglio di un po’ di compagnia. Per questo, una volta tornata a casa, a Wellesley, inizia a frequentare per la prima volta un ragazzo, Emile. Ma a volte le persone contengono solo le nostre illusioni, non sono il posto che cercavamo. Impossibile affidare sogni e speranze a chi vuole solo il tuo corpo e nient’altro. La continua ricerca del porto sicuro, di quell’anima gemella tanto fantasticata, è estenuante. E Sylvia è già stanca di cercare, anche se è così giovane. Stanca di essere sempre sull’orlo di una crisi di nervi, di non riuscire per questo a rapportarsi con le persone, soprattutto con i maschi. La sua vita sociale è inesistente, non sentirsi accettata la fa sentire orribile, strana. Come può credere di valere qualcosa se nessuno è attratto da lei? Solo un pensiero si staglia nitido nella sua testa: “A volte penso di essere pazza.”

Forse, al college, le cose andranno diversamente. Ma a Northampton, dove Sylvia diventa una nuova matricola dello Smith College grazie a una borsa di studio che non crede completamente di meritare, ad attenderla c’è solo solitudine. Fa parte di lei, se la sente dentro come un acido che corrode e che la priva di un’identità. Tutti i tentativi di neutralizzare la tristezza e la malinconia risultano vani. Nella solitudine, niente sembra reale, è come se non le appartenessero né il passato né il futuro: c’è solo un vuoto presente di cui vorrebbe sbarazzarsi. Ma siamo esseri razionali, e la mente ti sussurra quell’ultimo istinto di sopravvivenza che porta a sperare in un’alternativa. E allora Sylvia aspetta.

La scrittura risente della sua depressione. C’è, ancora, quasi un ritegno a scrivere le cose più cupe, i pensieri più nascosti. Anche se solo sulla carta, una volta scritti prendono forma e diventano più veri. Fanno più paura. Quello che intanto trova spazio è il senso di colpa. Un’inadeguatezza anche nella sofferenza, perché tutto sommato la sua non è un’esistenza peggiore di altre, e forse non le è consentito provare certi sentimenti. Prepotentemente la invade l’invidia per chi non si lascia andare e riesce a essere migliore di lei. Che amarezza questa vita “da grandi”! Ci infarciscono così tanto di storie, da piccoli, che essere catapultati in questo nuovo mondo è insostenibile. È una pazzia continua, quell’incessante altalenare tra un umore e l’altro che non dà tregua, un attimo attiva e felice, l’attimo dopo passiva e triste, ripiombata nel baratro della frustrazione di una vita per cui si sente inadatta.

Finito il primo anno, durante l’estate del 1951 Sylvia si impegna come babysitter presso una famiglia di Swampscott. Là, mentre un giorno sta sdraiata su uno scoglio, rimugina sui mutamenti della terra, lenti e inesorabili. Com’è fragile la vita! Mentre il mondo resisterà, noi saremo qui solo per una minuscola frazione di tempo. Che meraviglia poter trovare un’anima dolce con cui poter condividere questi pensieri e trascorrere questi attimi fugaci: vedere insieme la bellezza del mondo, delle sue piccole cose. Eppure… ti ha quasi distrutto riporre questa fiducia in un altro essere umano che in un nulla ti ha liquidato: “allora un torpore mortale, inarticolato, paralizza la parola, solo per far spazio, più tardi, a una profonda ferita.” Questi giorni d’estate diventano soffocanti, è un continuo rimuginare e la casa in cui alloggia diventa una gabbia. Neanche questo è il suo posto. Dio, quanto vorrebbe piangere. Ma vorrebbe dire crollare, aprire una diga che non potrebbe essere richiusa. Esplodere in un ennessimo fallimento. Se solo riuscisse a esprimere tutto questo nella scrittura, attraverso poesie, forse la vita avrebbe un senso.

Il tanto sospirato ritorno al college si porta con sé una depressione profonda, con l’idea malsana che più in basso si finisce, più in fretta si toccherà il fondo e prima comincerà la risalita. Non ha ancora capito, Sylvia, che il fondo può essere veramente molto lontano, che spingersi così in basso può essere estremamente pericoloso e che non sempre si risale. Tutto diventa un immenso fastidio, il letto è l’unico luogo sicuro che l’accoglie perché la sottrae a ogni responsabilità. Il tempo passa, ogni cosa un ostacolo, e di nuovo l’idea, fissa e orribile, che l’unico modo per liberarsi di quell’orrendo morbo che permea ogni aspetto della sua vita sia sbarazzarsi della gabbia che lo contiene. L’inferno non fa paura, a chi lo ha già vissuto sulla terra. Chissà quante persone vorrebbero essere al suo posto, eppure loro vedono solo la maschera, quella che a fatica indossa ogni giorno, e non sanno. Che imbarazzo, che egoismo chiedere aiuto quando si dovrebbe essere perfetti grazie a quello che la vita ci ha concesso. Perché non è così, allora? Perché non si è mai abbastanza? Bisogna solo far finta, “coltivare l’illusione di essere allegra e serena, non vuota e impaurita”.

Piccola Sylvia, a un certo punto, però, lo avevi capito che ritirarsi dal mondo non era la scelta giusta, che stare da sola con la tua mente ti spaventava. Che avevi bisogno di essere aiutata. Che nessun posto sarà mai “casa” finché continuerai a lottare con te stessa, odiandoti per tutto quello che non sei. Perché alcuni demoni fanno credere che si debba avere successo, che da soli non si valga niente, che gli altri siano sempre migliori. Che si debba essere perfetti. Ma non lo siamo e non lo saremo mai. E tu, Sylvia, a un certo punto lo avevi capito: possiamo essere perfettamente imperfetti, senza vergogna, con tutte le nostre nevrosi e i nostri angoli bui.

Io ho questo demone che vorrebbe vedermi scappare urlando se fossi sul punto di cedere, di fallire. Vuole farmi pensare di essere tanto brava da dover essere perfetta. O niente. Al contrario, io sono qualcosa: una persona che si stanca, che deve combattere la timidezza, che ha moltissimi problemi nell’affrontare il prossimo con disinvoltura. […] Sta a me scegliere: scappare dalla vita e annientarmi definitivamente perché non sono in grado di essere perfetta da subito, senza fatica e fallimenti, o affrontare la vita a modo mio e “lavorare al meglio” […]. Ho spesso lottato, lottato e conquistato, non la perfezione, ma l’accettazione del mio diritto di vivere nei miei termini umani, imperfetti.

Acquista il libro su Amazon

3 pensieri su “Perfettamente imperfetta”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...