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Attraverso lo specchio

Esistono molti modi per vivere una vita. A volte siamo noi a sceglierli, a volte si tratta di scelte condizionate, altre ancora ci ritroviamo in qualcosa che non abbiamo saputo evitare e che ci sta divorando ancor prima di rendersene conto. Marya è come l’Alice di Lewis Carroll, vive la sua vita attraverso uno specchio, per questo la cita più volte all’interno della sua autobiografia, Sprecata (Corbaccio, 1998, trad. di E. Campominosi).

“Sprecata” è la vita di Marya da quando, a cinque anni, annuncia di essere a dieta perché si vede grassa. Durante le lezioni di danza che segue il pomeriggio, uno specchio crudele le rimanda un’immagine di un corpo orripilante strizzato dentro una calzamaglia che sembra decisamente troppo stretta. Ben presto, impara a trattenere il fiato per nascondere in dentro la pancia. E se qui lo spreco è ancora solo un’ombra che si avvicina, diventa decisamente tangibile quando, a nove anni, mentre sta mangiando davanti alla televiosne in un giorno qualunque, a un tratto Marya si alza, va in bagno, si infila due dita in gola e vomita. Una semplice curiosità sorta all’improvviso, quella di vedere cosa sarebbe successo. Se davvero ci si può ingozzare e poi ributtare di nuovo tutto fuori. Tutto qui, non è successo niente. Ma il giorno dopo, a mensa, quel vassoio pieno davanti a lei suggerisce qualcos’altro: “Lo hai già fatto una volta, Marya, puoi farlo di nuovo”. È così che si scivola dentro lo specchio, proprio come Alice, e ci si trova catapultati in un altro mondo.

Il cibo è appagamento, è tutto l’affetto che manca, soprattutto quello di una madre troppo impegnata con se stessa, con il proprio corpo e con le proprie abitudini alimentari per far caso a quelle della figlia. È l’affetto che manca tra i genitori, sempre tesi in una lotta reciproca in cui Marya si ritrova sempre a fare da diversivo. Forse, se starà abbastanza male, la smetteranno di gridarsi contro e si prenderanno cura di lei.

“Sprecate” sono tutte quelle ore passate ad abbuffarsi solo per il sollievo di poter poi, alla fine, rigettare tutto. Marya è appena entrata nell’adolescenza quando la bulimia prende il sopravvento su ogni altro aspetto della sua esistenza. Ma alla lunga, tutto questo diventa un problema. Il cibo è un problema. E allora, bisogna eliminare il cibo. L’anoressia sembra un porto sicuro dopo la tempesta. Però, cambiare abitudini dopo così tanto tempo, non è affatto semplice. Ed è pure difficile tenerle nascoste a lungo, certe cose. Quando Marya inizia a essere scoperta e a destare preoccupazione in chi le sta intorno, un moto di orgoglio si impadronisce di lei. Si è malati solo quando gli altri lo riconoscono.

L’adolescenza di Marya è un oscillare continuo tra pasti rigettati e calorie calcolate in modo maniacale, alimenti sempre più ridotti fino a essere completamente eliminati. La sua esistenza continua a svolgersi attraverso quello specchio che le rimanda un’immagine mai abbastanza cadaverica. Marya cresce ma pesa come una bambina. Eppure sembra un’adulta consumata, beve, sniffa cocaina, fa sesso con chiunque le capiti a tiro. Niente è mai abbastanza. Il disturbo è una dipendenza, come tutte le altre cose. Più dimagrisce, più l’ossessione per il cibo aumenta. La sensazione di fame è la sua casa, il suo rifugio. La salute, quando l’hai persa da molto tempo, destabilizza. Non ti ricordi com’è. “La salute ti sembrerà sbagliata, ti darà il capogiro, ti disorienterà, ti ammalerai di nuovo, perché la malattia ti è familiare”.

Nella vita di Marya a un certo punto iniziano a susseguirsi i ricoveri, i farmaci, le terapie. Tutto quello che può servire a tornare al di qua dello specchio, a uscire dalla follia di una mente che distrugge il corpo perché è l’unica cosa che ha imparato a fare negli anni. Tentativi di allontanare l’ossessione della malattia e della morte, perché all’improvviso la vita sembra estremamente lunga. C’è troppo tempo! Cosa se ne dovrebbe? Marya è così stanca che a volte non può fare a meno di chiederselo: “E se?”

A un passo dai diciannove anni, a Marya viene data una settimana di vita. Mentre scrive Sprecata, Marya ha ventitré anni: è il 1997. Oggi, Marya è ancora viva.

Il titolo che Marya ha scelto per la sua autobiografia riflette quello che probabilmente la maggior parte delle persone pensa in merito a disturbi di questo genere. Forse anche quello che pensa lei stessa, perché avvertiamo sempre una sorte di responsabilità verso ciò che è nostro. Ma possiamo davvero considerare “sprecato” qualcosa su cui non abbiamo il controllo? È davvero solo tutta nostra la responsabilità, o c’è dell’altro, fuori e dentro di noi, che sfugge alla nostra volontà e che ci vuole davvero tanto tanto tempo per poter cambiare?Io non vedo sprechi, nella fragilità dell’uomo. Non ne avrei visti neanche se Marya non ce l’avesse fatta ad essere qui a raccontarci tutto questo. Ad ogni modo, nel suo caso la vita ha preso il sopravvento, perché a volte succede che se anche hai ondeggiato sul bordo per un sacco di tempo, tutto a un tratto sei inondato di paura e allora ti aggrappi a qualunque cosa. Marya lo sa, che non si torna mai del tutto indietro, “non quando hai vissuto nel mondo delle ombre più a lungo di quanto hai vissuto in questo mondo materiale, dove le cose sono luminose e grandi ed emettono strani rumori. […] Non esci mai del tutto dallo specchio, rimani, per il resto della tua vita, con un piede in questo mondo e uno nell’altro, dove tutto è capovolto e sottosviluppato e triste.” Però se riuscirai a fare un atto di fede abbastanza forte da credere, o da far finta di credere, finchè non ci riuscirai davvero, di poter affrontare la vita, quando ti volterai verso la parete lo specchio potrà essere solo uno specchio e non un pozzo in cui sprofondare, e quello che ci vedrai dentro potrebbe quasi, addirittura, piacerti.

È difficile convincersi che rinunciare richiede più forza che persistere, che “lasciarsi andare” potrebbe significare che ci sei riuscita e non che hai fallito. […] Ma alla fine, dopo molto tempo e più fatica di quanto avessi mai creduto possibile, c’è un momento in cui diventa più facile. […] C’è, alla fine, il lasciarsi andare.

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