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Una terapia lunga dieci vite

Un alone oscuro avvolge ancora oggi alcuni temi, argomenti di cui si parla, ammesso che lo si faccia, a bassa voce e con occhi sfuggenti. Uno di questi è la psicoterapia, protagonista indiscussa del romanzo Dieci donne di Marcela Serrano (Feltrinelli, 2011, trad. di M. Finassi Parolo e T. Gibilisco).

ph. Annalisa Ortolani

Nove sono le donne che una mattina si presentano alla porta di Natasha, la decima figura femminile della storia, la quale fa da collante a tutte le altre. Natasha è infatti la psicoterapeuta di ognuna di loro, colei che contiene le loro esistenze e che ha deciso di convocarle tutte insieme, affinché lei non sia più l’unica testimone delle loro parole, ma lo diventino tutte, portatrici di storie diverse eppure incredibilmente simili. Mentre avanzano lungo il vialetto, Natasha le osserva dalla finestra: c’è Guadalupe, diciannove anni, testa quasi rasata, piercing al naso e all’orecchio, con un quoziente intellettivo superiore alla norma e l’amore per il suo stesso sesso; poi c’è Mané, settantacinque anni, una bellezza straordinaria e una carriera di attrice ormai ignorata dai più. Nel mezzo ci sono le altre, con diversa età, professione, estrazione sociale e ferita che ognuna si porta dentro. Tutte, però, hanno compiuto lo stesso gesto, quella mattina: un bicchiere d’acqua in una mano, delle pasticche colorate nell’altra. Tutto giù in un colpo, quasi sovrappensiero. Non ci fanno quasi neanche più caso, ormai: fa parte della vita, serve a renderla normale. È un impegno verso loro stesse, un piccolo passo verso la felicità.

Natasha è il filo che le lega, quella con cui ognuna di loro vorrebbe avere un rapporto privilegiato. Ora che sono tutte lì insieme, è difficile accettare di essere una fra tante e non l’unica. Non ci si pensa, quando si è al sicuro su quella poltroncina, mentre si affida l’anima a quella donna che ci sta di fronte. Eppure qualcun altro, in un altro giorno o a un’altra ora, si siederà in quello stesso posto, racconterà una storia diversa e lei l’accoglierà ugualmente, senza giudicare, rendendola speciale esattamente come la tua. Bisogna avere un cuore grande per essere terapeuta, e Natasha ce l’ha.

Sono tante le operazioni che si svolgono in quella stanza: si interrompono linee col passato, per evitare che questo si appropri del momento presente e detti regole che non sono le nostre; si piantano semi perché ogni giorno fioriscano piccoli nuovi obiettivi, quelli che fanno alzare dal letto la mattina, perché per vivere ci vuole un motivo, un senso, e allora ci si tira sù con la consapevolezza che se un giorno si decidesse di non farlo, si rischierebbe di non riuscirci mai più. E poi si impara a stare da soli, a conoscere disturbi che credevamo non riguardarci, si rimarginano ferite, persino quelle originarie, si recuperano ricordi e poi si lasciano andare.

Lì riunite, quelle nove donne fanno tutto questo, ma non c’è Natasha ad ascoltarle questa volta, ci sono solo loro che, forse per la prima volta, prendono tutto il loro carico e lo depongono sulle spalle di qualcun altro. Per ognuna di loro, altre otto donne disposte a raccontarsi, a condividere, a dare e ricevere. Come dirà quel giorno Juana, “la nostra storia personale” fa “sempre parte della storia di altre”. Andare in terapia vuol dire avvicinarsi al lato oscuro della vita, immergervisi e poi riuscire dalla parte luminosa. Saper ascoltare e accettare le storie altrui significa aiutare qualcuno a fare un passo in quella direzione e, in fin dei conti, aiuatare anche se stessi. Perché la mia storia, è anche la tua storia.

Alla fine tutte noi, in un modo o nell’altro, abbiamo la stessa storia da raccontare.

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